Oltre la Cortina di Ferro – Le vite degli altri – Quarta Parte (Bulgaria)

Il 9 settembre del 1944, in concomitanza con la ritirata delle truppe dell’Asse dalla Bulgaria, un colpo di stato instaurò un governo guidato da Kimon Georgiev, membro del movimento politico e militare Zveno, un’organizzazione che pur non definendosi fascista, proponeva l’instaurazione di uno stato totalitario e corporativo sul modello mussoliniano (anche se in seguito Georgiev si avvicinò alla sinistra). Il suo governo abolì, a seguito di un plebiscito, la monarchia. Nel 1946 Georgiev fece posto all’esponente comunista Georgi Dimitrov, il quale governò il paese fino alla sua morte sospetta avvenuta nel 1949.  Sospetta perchè Dimitrov aveva più volte manifestato le sue simpatie per Tito, la cui Jugoslavia era stata espulsa lo stesso anno dal Cominform. All’espulsione seguì la “caccia alle streghe” titoiste in Bulgaria. Questa situazione culminò con il processo farsa e l’esecuzione del Primo Ministro Trajco Kostov; il vecchio Kolarov morì nel 1950 e il potere passò pertanto a un estremista stalinista, Valko Cervenkov.

Una volta salito al potere, Cervenkov attuò la tipica politica stalinista: collettivazzione forzata , repressione del dissenso (circa 12.000 persone passarono attraverso i campi di lavoro tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la morte di Stalin nel 1953) e anticlericalismo (il Patriarca Ortodosso fu confinato in un monastero e la Chiesa fu posta sotto controllo statale). Inoltre fu attuata la repressione della minoranza turca e in questo periodo rinacquero le dispute territoriali con Grecia e Jugoslavia.

Cervenkov godeva, tuttavia, di un sostegno limitato all’interno del Partito Comunista e perciò un anno dopo la morte del dittatore sovietico fu destituito dalla carica di segretario del partito e sostituito con il giovane Todor Zivkov. Červenkov rimase Primo Ministro fino all’aprile 1956, quando fu definitivamente rimpiazzato da Anton Jugov.

La dittatura di Zivkov mostrò due volti: ultraortodossa in politica estera, moderata in politica interna. Ripresero le relazioni con Grecia e Jugoslavia, furono chiusi i campi di lavoro e denunciati i processi e le esecuzioni di Kostov e degli altri “titoisti”. La libertà di espressione fu parzialmente restaurata e finì la persecuzione della Chiesa Ortodossa. Le rivolte ungheresi e polacche del 1956 non ebbero seguito in territorio bulgaro, ma il Partito pose comunque fermi limiti (anche grazie alla polizia segreta, il KDS) agli intellettuali e alla libertà di scrittura per impedire qualsiasi sollevazione popolare.

Nel 1962 Zivkov divenne anche Primo Ministro grazie al ritiro di Jugov. Nel 1971 venne emanata una nuova Costituzione grazie alla quale Zivkov acquisì la carica Capo dello Stato (Presidente del Consiglio di Stato), mentre la carica di Primo Ministro fu affidata Stanko Todorov. Nel 1964 Breznev sostuì Chruscev alla guida dell’Unione Sovietica: i rapporti con il nuovo inquilino del Cremlino furono sempre ottimi, tanto che nel 1968 la Bulgaria fu la prima nazione a schierarsi a fianco dell’URSS durante l’invasione della Cecoslovacchia.

Nonostante governasse la nazione con metodi non propriamente stalinisti, a partire dalla fine degli anni ’70 Zivkov accentuò la sua politica repressiva e totalitaria:  stemperò questa tendenza la morte, avvenuta nel 1981, dell’amata figlia Ljudmila. Nel 1984 venne approvata una legislazione anti-turca, che proibiva alla minoranza turca (che costituiva il 10% della popolazione) di parlare nella sua lingua madre e di “bulgarizzare” le sue generalità.

La stagione riformista di Gorbacev ebbe un grosso impatto sulla leadership comunista bulgara. Stanca e ormai molto anziana, quest’ultima non aveva la forza di opporsi a cambiamenti così netti e radicali; nel novembre 1989 una manifestazione ecologista e anti-governativa diventò l’occasione per rivendicazioni politiche. La dirigenza del Partito Comunista Bulgaro si rese conto che era arrivata l’ora di cambiare e il 10 novembre Živkov, ormai settantottenne, venne sostituito nella carica di Capo dello Stato dal ministro degli Esteri Petar Mladenov.

Questa prontezza del politburo bulgaro evitò la nascita nel paese di tensioni e sentimenti rivoluzionari. Mladenov traghettò la Bulgaria da dall’economia socialista a quella di mercato.

Nel febbraio del 1990 il Partito Comunista Bulgaro rinunciò volontariamente al potere: nel giugno dello stesso anno si organizzarono delle elezioni politiche che aprirono la strada del multipartitismo anche in Bulgaria. Mladenov rimase capo dello Stato fino al 6 aprile e presidente del Consiglio, ad interim, fino al 6 luglio: il passaggio di consegne a Zelju Zelev determinò la fine della storia della Bulgaria comunista.

 

Todor Zhivkov, Bulgarian Communist Party Central Committee First Secretary

Todor Zhivkov, Bulgarian Communist Party Central Committee First Secretary

 

Link alla introduzione 

Link alla prima parte (Ungheria)

Link alle seconda parte (Cecoslovacchia)

Link alla terza parte (Romania)

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