Oltre la Cortina di Ferro – Le vite degli altri – Terza Parte (Romania)

Nell’agosto del 1944 Re Michele rovesciò la dittatura filonazista di Ion Antonescu, traghettando la Romania dalla sfera dell’Asse a quella Alleata.

La Conferenza di Jalta del febbraio 1945 aveva assegnato la Romania alla sfera di influenza sovietica. L’Armata Rossa continuò a presenziare sul territorio romeno per ben 14 anni, a volte raggiungendo anche il milione di effettivi. Alla massiccia presenza sovietica sul terreno corrispondeva una debole rappresentenza comunista nel governo di Re Michele guidato dal generale Nicolae Radescu. La situazione cambiò radicalmente nel marzo 1945, quando Petru Groza del Fronte degli Aratori, partito in stretta relazione con i comunisti, divenne Primo Ministro della Romania. Venne varato un governo di larghe intese, atto a rappresentare il più largo numero di partiti possibile esclusa la Guardia di Ferro (movimento politico di estrema destra collaborazionista con il regime nazista e fascista durante la Seconda Guerra Mondiale). Tuttavia, i comunisti riuscirono ad entrare nei ministeri chiave.

Il Re non era d’accordo con i provvedimenti del governo Groza, ma quando il sovrano tentò di obbligare il Primo Ministro a dimettersi rifiutando di firmare ogni sua legge, Groza scelse semplicemente di andare avanti come se nulla fosse. L’8 novembre 1945 si tenne una manifestazione anti-comunista di fronte al Palazzo Reale di Bucarest, ma fu repressa con durezza.

Nonostante la disapprovazione del Re, il primo governo Groza introdusse diverse riforme, compreso il suffragio femminile. Nelle elezioni del 9 novembre 1946, i comunisti ricevettero l’80% dei voti, anche se i partiti di opposizione denunciò frodi elettorali. Successivamente alle elezioni il Partito Nazionale Contadino fu accusato di spionaggio essendosi i suoi capi incontrati in segreto con funzionari statunitensi nel corso del 1947. Altri partiti successivamente entrarono nel Partito comunista rumeno.

Successivamente iniziò la repressione contro gli ex funzionari pubblici, militari e civili fedeli ad Antonescu. Molti furono processati e condannati a morte come “criminali di guerra”. Lo stesso Antonescu fu fucilato il 1° giugno 1946. A partire dal 1948, la stessa sorte toccò ai politici dei partiti democratici.  Alcuni di questi riuscirono a fuggire in esilio.

Alla fine del 1947 la Romania era l’unico paese del Blocco Orientale ancora governato da una monarchia, ma questa anomalia cessò presto. Il 30 dicembre 1947 Re Michele fu costretto ad abdicare. Fu così dichiarata la repubblica popolare, formalizzata con la Costituzione del 13 aprile 1948.

La nuova costituzione proibì la formazione di ogni partito politico di “natura fascista e antidemocratico”. Garantì anche la libertà di stampa, di parola e di assemblea per coloro che lavoravano.

Fu sciolta anche la Chiesa Greco-cattolica rumena, dichiarando la sua fusione con la Chiesta ortodossa rumena.

I primi anni del governo comunista furono caratterizzati da molti arresti e imprigionamenti. Le risorse della nazione furono assorbite dagli accordi SovRom, che facilitarono lo smercio dei prodotti rumeni nell’Unione Sovietica a prezzo nominale. In tutti i ministeri, c’erano “consiglieri” sovietici, che facevano rapporto direttamente a Mosca e detenevano tutti i reali poteri decisionali. Tutta la società era pervasa da agenti infiltrati e informatori della polizia segreta.

Nel 1948 fu annullata la prima riforma agraria per essere sostituita con un movimento a favore della fattoria collettiva. Ovviamente questo provvedimento portò alla “collettivizzazione” forzata, dato che i contadini più ricchi non avevano intenzione di cedere la propria terra. Essi furono “convinti” con la violenza fisica, le intimidazioni, gli arresti e le deportazioni.

L’11 giugno 1948 tutte le banche e le maggiori aziende furono nazionalizzate.

A quel tempo la leadership comunista si divideva in 3 correnti principali, tutte però legate all’ideologia stalinista:

  •  I “Moscoviti”, tra cui Ana Pauker e Vasile Luca, che avevano trascorso gli anni di guerra a Mosca;
  • I “Comunisti Prigionieri”, tra cui Gheorghe Gheorghiu-Dej, che erano stati nelle carceri rumene durante la guerra;
  • Gli stalinisti “Comunisti del Segretariato”, tra cui Lucretiu Patrascanu, che si erano nascosti durante gli anni di Antonescu ed avevano partecipato al governo immediatamente dopo il colpo di stato di Re Michele del 1944.

Infine, con la morte di Stalin, e probabilmente anche a causa delle politiche anti-semitiche del tardo stalinismo (Pauker era ebrea), Gheorghiu-Dej e i “Comunisti Prigionieri” ebbero la meglio. La Pauker fu espulsa dal partito (insieme ad altri 192.000 membri); Pătrășcanu dapprima fu torturato, con conseguente amputazione di una gamba, e successivamente, dopo un processo farsa con l’accusa di revisionismo, giustiziato.

Gheorghiu-Dej era uno stalinista ortodosso, uno che non apprezzava per niente le riforme di Chruščëv. Infatti varò una serie di provvedimenti in netto contrasto con Mosca (si ricordano soprattutto l’aumento del salario minimo e il rifiuto di portare la Romania nel Comecon, l’organo economico dei paesi dell’Est) , cosa che unita a un forte risentimento del fatto che le terre storiche della Romania rimanessero parte dell’URSS, lo portò su una via relativamente indipendentista e nazionalista. In questo senso legò molto con la Cina.

Nel 1954 Dej si dimise da segretario generale del partito, anche se mantenne il premierato; per un anno da allora un segretariato collettivo di quattro membri, tra i quali Nicolae Ceausescu, mantenne il controllo del partito, finché Gheorghiu-Dej non riassunse la carica. Sebbene lo stato rumeno avesse intrapreso la via indipendentista da Mosca, questa cosa non gli impedì di entrare a far parte del Patto di Varsavia nel 1955, il che implicò l’integrazione di una parte delle sue forze armate nella macchina militare sovietica.

Nel 1956 Chruščëv pronunciò il famoso discorso di denuncia dei crimini stalinisti. Dej e la leadership del Partito dei Lavoratori Rumeno (Partidul Muncitoresc Român, PMR) fecero passare Pauker, Luca e Georgescu come capri espiatori per gli eccessi del passato e sostennero che il partito rumeno aveva eliminato i suoi elementi stalinisti anche prima della morte di Stalin.

La rivoluzione ungherese e il rifiuto da parte della Polonia di instaurare un politburo più obbediente ai sovietici spinsero gli studenti e i lavoratori rumeni a scendere in piazza per chiedere più libertà, migliori condizioni di vita e la fine dell’occupazione sovietica. Temendo che la rivolta ungherese potesse incitare la popolazione  della sua nazione a rivoltarsi, Gheorghiu-Dej invocò l’intervento sovietico, e l’Unione Sovietica rinforzò pertanto la propria presenza militare in Romania, in particolare sul confine con l’Ungheria. I disordini furono comunque controllabili e frammentari.

Dopo la rivoluzione del 1956, Dej lavorò a stretto contatto con il nuovo leader ungherese, Janos Kadar. La Romania restituì all’Ungheria l’ex leader comunista in esilio Nagy per il processo e l’ineludibile esecuzione. In cambio, Kádár rinunciò alla richiesta ungherese della Transilvania e denunciò gli ungheresi che lì avevano sostenuto la rivoluzione come sciovinisti, nazionalisti e irridentisti.

Il governo rumeno prese anche delle decisioni per ridurre il malcontento della popolazione. Tra i principali possiamo elencare:

  •  Riduzione degli investimentie nell’industria pesante;
  • Decentralizzazione del comando economico;
  • Aumento dei salari;
  • Istituzione di strumenti per la direzione dei lavoratori;
  • Cancellazione della vendita obbligatoria delle fattorie private, ma accelerazione del programma di collettivizzazione, anche se meno brutale rispetto a prima. Il governo dichiarò la collettivizzazione completa nel 1962, con le fattorie collettive e statali che controllavano il 77% delle terre arabili.

Nonostante Dej sostenesse di aver epurato il partito dagli stalinisti, la sua complicità con gli anni del terrore staliniano non fu mai cancellata. A un meeting plenario del PMR del marzo 1956, Miron Costantinescu e Iosif Chisinevschi, entrambi membri del Politburo e candidati premier, lo attaccarono. Costantinescu mise in pericolo Dej a causa dei suoi collegamenti con la leadership di Mosca. Il PRM espulse Costantinescu e Chisinevschi e li denunciò come stalinisti. Quando anche gli ultimi ostacoli furono rimossi Dej non dovette più temere attacchi alla sua leadership. Ceaușescu sostituì Constantinescu come capo dei quadri del PMR.

All’inizio gli ebrei rumeni approvarono l’avvento del comunismo. Fu una reazione all’imperante antisemitismo dei tempi di Antonescu e Codreanu. A partire dagli anni cinquanta, tuttavia, molti ebrei vennero licenziati con la crescente ondata di discriminazione introdotta dal partito ed a malincuore subirono le limitazioni dell’emigrazione verso Israele.

Gheorghiu-Dej morì nel 1965 in circostanze non chiare (la sua morte avvenne quando si trovava a Mosca per trattamenti medici) e gli successe l’oscuro Nicolae Ceausescu. Contrariamente al suo predecessore attestato su una linea stalinista mentre l’URSS attraversava il periodo “riformista”, Ceausescu apparve inizialmente come un riformista, quando l’Unione Sovietica veniva condotta nel neostalinismo da Breznev.

Nel 1965 cambiò il nome della nazione in Repubblica Socialista di Romania e il PRM fu ribattezzato Partito Comunista Rumeno.

Nei primi anni di potere Ceausescu divenne molto popolare, sia all’estero che in patria. Le merci agricole erano abbondanti, iniziavano a ricomparire i beni di consumo, ci fu uno slancio culturale e il leader si pronunciò contro l’invasione della Cecoslovacchia del 1968. Piano piano la sua popolarità interna iniziò a calare, mentre all’estero continuava ad intrattenere ottimi rapporti con i governi occidentali e con le istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, grazie alla sua linea politica indipendente

Il periodo “liberale” durò poco. Volendo aumentare il tasso di nascita, nel 1966 Ceausescu promulgò una legge che limitava l’aborto e la contraccezione: solo le donne con più di 40 anni e con almeno quattro figli potevano usufruirne; nel 1972 questa libertà fu ulteriormente limitata alle donne sopra i 45 anni e con 5 figli. Come si stabilì, «Il feto è proprietà dell’intera società», venendo introdotta una tassa sul celibato che poteva ammontare anche al 10% dello stipendio mensile, detratta solo fino alla nascita dei primogeniti. Il tasso di natalità salì alle stelle, laddove si mirava ad un aumento della popolazione attiva dai 23 ai 30 milioni di lavoratori, ma inversamente la mortalità infantile aumentò a 83 morti ogni mille nati.

Vi furono anche abusi e violazioni dei diritti umani, tipici dei regimi stalinisti. La polizia segreta Securitate fu utilizzata in modo massiccio per reprimere il dissenso.

Durante l’era Ceausescu, esisteva un commercio segreto tra Germania Ovest, Romania e Israele; grazie a questo commercio, Israele e la Repubblica Federale Tedesca pagavano il governo rumeno per permettere ai rumeni di origine ebraica e sassone di emigrare in Israele o nella Germania Ovest.

Il governo rumeno proseguì sulla strada dell’industrializzazione di Gheorghiu-Dej, anche se le merci rumene erano scarsamente competitive sul mercato globale. Inoltre, dopo una visita di stato in Corea del Nord, Ceausescu sviluppò una visione megalomane dello stato: questo periodo divenne conosciuto come “sistematizzazione”. Una grande porzione della capitale, Bucarest, fu abbattuta per far posto al complesso della Casa Poporului (Casa del Popolo), oggi Palazzo del Parlamento) e al Centrul Civic, Centro Civico.

Il grande terremoto del 1977 scosse Bucarest, molti edifici crollarono e molti altri vennero seriamente danneggiati; questa fu la goccia che portò alla politica di demolizione in larga scala, che colpì i monumenti storici e i capolavori architettonici, come il monumentale Monastero di Vǎcǎrești (1722), le chiese di “Sfânta Vineri” (1645) ed “Enei” (1611), i Monasteri di Cotroceni (1679) e Pantelimon (1750), lo “Stadio della Repubblica” art déco (ANEF Stadium, 1926).

Nonostante questa politica di demolizione e ricostruzione e l’esplosione del fenomeno dei bambini malati di HIV negli orfanotrofi, il sistema scolastico e sanitario nazionale continuò a mantenersi a buoni livelli. Inoltre, non tutti i progetti di industrializzazione furono un fallimento: Ceaușescu lasciò la Romania con un sistema efficiente di generazione di energia e di trasmissione, diede a Bucarest una metropolitana funzionante, e lasciò molte città con un incremento nella costruzione di appartamenti ad uso abitativo.

Negli anni ’80 il dittatore rumeno divenne ossessionato dall’idea di dover ripagare i prestiti stranieri, il che portò a una diminuzione delle merci disponibili per cittadini rumeni. Dal 1984 fu introdotto il razionamento alimentare. Pane, latte, olio, zucchero, carne, e in alcuni luoghi anche le patate, furono razionati ogni anno (nel 1989, una persona poteva acquistare legalmente solo 10 uova al mese, da metà a un filone di pane, a seconda del luogo di residenza, o 500 grammi di qualunque tipo di carne). Ciò che rimaneva ai rumeni erano gli scarti delle esportazioni, dato che la maggior parte delle merci di qualità venivano esportate, anche sottoprezzo, per ottenere denaro per pagare i debiti o per finanziare le opere sempre maggiori dell’industrializzazione pesante.

Nel 1985  il petrolio fu razionato e le forniture vennero drasticamente tagliate; fu istituito un coprifuoco domenicale, e molti autobus e taxi vennero convertiti alla propulsione a metano. L’elettricità fu razionata per farla convergere all’industria pesante, con un consumo massimo mensile per famiglia di 20 kWh (sopra il limite si veniva tassati pesantemente) e black out molto frequenti (1-2 ore al giorno). Le luci nelle vie erano generalmente tenute spente e la televisione venne ridotta a due ore al giorno.

Anche il gas e il riscaldamento furono razionalizati; i cittadini dovettero convertirsi ai container a gas naturale, o a stufe a carbone, anche se erano collegati alla rete a gas. Secondo un decreto del 1988, tutti gli spazi pubblici dovevano rimanere a una temperatura non superiore ai 16 °C in inverno (gli unici edifici esentati erano gli asili e gli ospedali), mentre altri edifici (come le fabbriche) non dovevano essere riscaldati a più di 14 °C. Tutti i negozi dovettero chiudere alle 17:30, per non sprecare elettricità. Fece la comparsa il mercato nero, in cui le sigarette divennero la seconda valuta circolante della Romania (possedere valuta stranieri veniva punito con 10 anni di carcere), venendo utilizzate per comprare qualsiasi cosa. Il servizio sanitario cadde in una profonda crisi, poiché le medicine non venivano più importate.

La censura e il controllo sulla società furono ulteriormente estesi. Nel 1989, secondo il CNSAS (Consiglio per gli Studi degli Archivi dell’Ex Securitate), un rumeno su tre era informatore della Sicuritate. A causa dello stato della nazione, le entrate dovute al turismo collassarono, il numero di turisti stranieri scese del 75% e tre dei principali operatori che organizzavano viaggi in Romania lasciarono il paese nel 1987.

Ben presto iniziarono scioperi su scioperi che Ceausescu represse con sempre maggiore durezza, il che dimostrò come la Romania fu l’unico paese in cui il comunismo non sviluppò una leadership riformista in grado di guidare la transizione dalla dittatura alla democrazia.

Le proteste e gli scontri scoppiarono a Timisoara il 17 dicembre, quando i soldati aprirono il fuoco sui protestanti, uccidendo circa 100 persone. Dopo aver accorciato un viaggio in Iran, Ceaușescu tenne un discorso in televisione il 20 dicembre, nel quale condannò gli eventi di Timișoara, considerandoli un atto di intervento straniero nella sovranità rumena, e dichiarò il Coprifuoco Nazionale, convocando una riunione di massa dei suoi sostenitori a Bucarest il giorno successivo. Nel mondo si sparse la notizia della rivolta di Timișoara e la mattina del 21 dicembre scoppiarono altre proteste a Sibiu, Bucarest, e in moltissimi altri luoghi. La riunione indetta da Ceaușescu finì nel caos e nei tafferugli, e il Capo stesso della Romania si nascose all’interno del Palazzo del Presidente dopo aver perso il controllo dei suoi stessi sostenitori. La mattina del giorno seguente, il 22 dicembre, fu annunciato che il generale dell’esercito Vasile Milea era morto per suicidio; la popolazione stava assediando il palazzo in cui si nascondeva Ceaușescu, mentre la Securitate non lo aiutò. Il leader scappò in elicottero dal tetto, per essere poi lasciato a Targoviste, dove fu formalmente arrestato, processato e giustiziato insieme alla moglie Elena il 25 dicembre.

Ceausescu

 

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