I viaggi a est dell’Imperatore – Mongolia

Mongolia – La democrazia della steppa

Incastrata tra Russia e Cina, la Mongolia è un Paese grande cinque volte l’Italia e con meno di tre milioni di abitanti. Collocato tra i due potenti vicini che guardano con bramosia alle sue immense risorse naturali, la patria di Gengis Kahn è una felice anomalia nell’Asia centro settentrionale. Infatti, in un’area nella quale prosperano regimi autoritari di diversa natura, i mongoli, dal 1991, dopo la caduta del regime comunista, si sono dotati di un sistema democratico di libere elezioni che è riuscito a mantenersi tale pur nelle profondissime trasformazioni del Paese.

I cittadini ogni quattro anni rinnovano il parlamento locale, il Grande Hural, composto da 76 seggi, con un sistema elettorale misto tra maggioritario e proporzionale, ed eleggono direttamente il presidente della repubblica le cui funzioni sono prevalentemente onorifiche.

La fortuna (e sfortuna, per certi versi) del Paese è la presenza nel suo sottosuolo di una sconsiderata ricchezza di materie prime. Dal carbone al rame, dall’oro fino ai metalli rari, le miniere mongole sono ricchissime e scatenano gli appetiti dei vicini; l’enorme deserto del Gobi, ad esempio, è da pochi anni oggetto di sfruttamento minerario e già lascia intravvedere un patrimonio gigantesco di materie prime.

Sono i cinesi, in particolare, ad avere il maggior numero di concessioni minerarie per lo sfruttamento del suolo mongolo. Con i cinesi, però, i rapporti non sono mai stati idilliaci. Già ai tempi del comunismo il governo di Ulanbataar preferiva i sovietici a Pechino. E fu proprio Mosca, nel 1921, approfittando del disfacimento dell’Impero cinese, ad avere favorito la nascita della nazione mongola, oltre a questo “debito”, settant’anni di rapporti strettissimi e l’introduzione dello stesso cirillico come alfabeto ufficiale hanno consolidato il rapporto privilegiato tra i due Paesi. A rendere difficili i rapporti con Pechino c’è l’irrisolta questione della “Mongolia interna”, una vastissima area nel nord della Cina dove già nei primi del ‘900 vi furono diverse rivolte contro il governo centrale. Tuttora le tensioni tra i Mongoli e gli Han (l’etnia dominante in Cina) sono all’ordine del giorno e a Pechino sui libri di storia vengono ricordati malvolentieri i lunghi anni di dominio mongolo sull’Impero di Mezzo. A Ulanbataar in questi anni si è lavorato molto per costruire una nuova identità nazionale, riscoprendo le tradizioni buddiste e la storia dell’Impero mongolo, in particolare con il culto di Gengis Kahn e Tamerlano, ai quali sono dedicate infinite statue in tutto il Paese. Proprio ai grandi conquistatori mongoli e alla loro capacità di estendere l’impero per migliaia di kilometri e di relazionarsi con i diversi Stati bisogna fare riferimento per cogliere una delle particolarità del governo di Ulanbataar, cioè l’avere un fitta rete di relazioni internazionali, dall’Europa agli Stati Uniti, sempre utile per svincolarsi dalla morsa di russi e cinesi.

Le ricchezze minerarie se, da una parte, hanno permesso uno straordinario sviluppo del Paese (ancora nel 2011 il Pil mostrava uno stratosferico +17%, l’aumento più alto al mondo), dall’altra, con l’intenso sfruttamento del territorio e la ricchezza improvvisa, hanno generato profondi problemi sociali e ambientali. Ulanbataar è riconosciuta come la capitale più inquinata del mondo e la trasformazione di un popolo di pastori nomadi in uno di lavoratori stanziali si sta rilevando assai problematico sul piano sociale e culturale. La capitale oggi si presenta per metà come una caotica città dell’Asia protesa verso la modernità e, per l’altra metà, come un colossale accampamento di yurte (le tende dei nomadi della steppa) dove si stanno ammassando centinaia di migliaia di persone alla ricerca di un futuro più prospero. Sempre più diffuse, inoltre, sono le disparità sociali con una classe di nuovi ricchi urbanizzati e un nuovo proletariato di ex nomadi trasformati in minatori e operai. Molto diffusa, inoltre, è la corruzione a ogni livello. Il crescere delle tensioni ha portato il governo uscente a proibire ogni manifestazione pubblica nella settimana precedente alle elezioni. Fortunatamente, anche per la nettezza del risultato elettorale, non vi sono state manifestazioni violente nel dopo voto, come invece accadde quattro anni fa e nelle quali persero la vita tre persone.

Negli ultimi due anni il calo del prezzo delle materie prime ha fatto piombare il Paese in una profonda crisi economica che ha prodotto rabbia e risentimento tra la popolazione. Ad aggravare la situazione è stato il rallentamento dell’economia cinese che ha messo ancora più in crisi tutto il comparto minerario ed estrattivo.

In questo quadro, le recenti elezioni hanno portato al trionfo del Partito del popolo mongolo (MPP), erede del vecchio partito comunista (Partito rivoluzionario del popolo mongolo), ora trasformato in una forza socialdemocratica, con 65 seggi. Devastante, invece, la sconfitta del Partito democratico al governo negli ultimi quattro anni e che nacque nel decennio passato dalla fusione di diversi movimenti di ispirazione liberale. Perfino il primo ministro Chimed Saikhanbileg e il presidente del parlamento, Zandaakhuu Enkhbold, hanno perso i loro seggi. I seggi rimanenti sono andati al rinnovato Partito rivoluzionario del popolo mongolo (MPRP nato da una scissione dal MPP organizzata dell’ex premier Nambaryn Enkhbayar ) e a un candidato indipendente.

Il nuovo governo, che sarà guidato dal leader del MPP Miyeegombyn Enkhbold, dovrà così affrontare la crisi economica e le crescenti tensioni sociali, ma è però difficile che possa avviare politiche fortemente innovative, visto che il Paese è zavorrato da un pesantissimo debito pubblico che tocca l’80% del Pil.  Un successo, comunque, i mongoli l’hanno già ottenuto: in un mondo dove le risposte alla crisi tendono a mettere in discussione e ridurre i processi democratici, la loro democrazia continua a reggere ormai da un quarto di secolo, e per gli eredi di Gengis Kahn è un risultato non da poco.

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