Brexit: l’ora della verità

Brexit – Oggi (giovedì 22) nel Regno Unito si voterà per il referendum sulla permanenza o meno nell’Unione Europea.
L’ORIGINE DEL REFERENDUM
Questo referendum, da tempo invocato, ruota intorno a una serie di motivi: molti inglesi sono insoddisfatti circa le regolamentazioni imposte dall’Unione; a più voci le destre si sono lamentate dei soldi spesi per il welfare dei cittadini comunitari (centinaia di migliaia di giovani si sono trasferiti da tutta Europa in Inghilterra alla ricerca di fortuna, spesso finendo a percepire assegni di disoccupazione e contributi) e per il lavoro da essi rubato agli inglesi; molti, tra cui anche il partito Laburista, sono contrari a un’ulteriore integrazione politica dell’Unione.
Il referendum è stato per la prima volta invocato da Cameron nel 2013, quando promise che, in caso di riconferma del Governo alle elezioni 2015, avrebbe fatto svolgere entro il 2017 un referendum sulla permanenza o meno nell’Unione a seguito di una ricontrattazione dei termini e dei trattati con l’Unione Europea. La proposta di referendum fu approvata dal Parlamento senza la maggioranza assoluta (315 voti su 650), in quanto i parlamentari Laburisti e Liberal-Democratici (contrari all’uscita ma non a un’ipotesi di referendum, in particolare nel caso di ulteriori cessioni di potere all’UE) si astennero.
Il voto definitivo per la convocazione arrivò dopo le elezioni del maggio 2015, che consegnarono la maggioranza assoluta ai Conservatori. Questa volta, durante il vuoto di segreteria precedente all’elezione di Corbyn, anche i Laburisti votarono a favore, in contrasto rispetto alla linea precedentemente tenuta sotto Miliband.
Il referendum si svolgerà anche a Gibilterra, unico territorio inglese a partecipare alle elezioni Europee (ma che non partecipa all’elezione del parlamento del Regno Unito).
LA TRATTATIVA CON L’UNIONE
La minaccia di referendum è stata anche l’arma politica con cui Cameron è riuscito a contrattare migliori condizioni da parte dell’Unione Europea, che il 20 febbraio 2016 ha ceduto su una serie di posizioni dopo una lunga trattativa. Ma tali concessioni sono piuttosto contenute rispetto alle richieste iniziali del governo.
Ad esempio, se Cameron chiedeva la cessazione più o meno immediata dei benefici erogati indiscriminatamente a qualunque cittadino UE (disoccupazione, benefici per i figli), l’accordo finale prevede invece che sia semplicemente presente uno strumento che, su approvazione del Consiglio Europeo, possa prevedere tale misura. Ancora, sulla mobilità dei cittadini UE è stato raggiunto un accordo per il quale sarà più semplice per i governi rifiutare cittadini comunitari poco graditi. Sui benefici per i figli non risiedenti nel Regno Unito, il governo potrà stabilire l’importo in base all’ammontare dei benefici erogati nel paese di origine e al costo della vita dello stesso.
Molto importante è poi la “Red Card”: 16 membri dell’Unione (nella figura dei loro governi) potranno rimandare al Parlamento Europeo qualsiasi legge approvata e non gradita. Questa nuova clausola, pur non essendo un veto, abbassa di nuovo il limite minimo di consenso per poter intervenire contro le leggi europee.
Teoricamente la più importante di tutte le clausole, almeno dal punto di vista dell’intero progetto europeo, è l’esclusione del Regno Unito dalla “Ever Closer Union”, quindi la possibilità di sottrarsi a future maggiori integrazioni e rafforzamenti della struttura e dei poteri dell’Unione. Ma, per come è stata formulata la clausola, questa sembra non avere valore legale: è probabile che in futuro gli UK si possano appellare a questo trattato per ottenere singole clausole di opt-out su ogni singolo trattato, ma non è assegnata alcuna clausola generale.
Infine, va notato come Cameron abbia optato per far passare il trattato come “internazionale”, impedendo quindi interventi della Corte Europea di Giustizia (ad esempio, nel caso alcune clausole venissero ritenute discriminatorie per i cittadini dell’Unione); al contempo, questo implica che alcune di queste clausole dovranno poi essere implementate appositamente nella legislazione UE.
In particolare, la “Red Card” e la “Ever Closer Union Clausole” saranno approvate solo in caso il Remain vinca al referendum. Tutte le altre clausole dovranno invece essere oggetto di intervento legislativo europeo.
Ricordiamo che già la Thatcher riuscì a strappare condizioni “speciali” per il Regno: quasi tutti i contributi versati dagli UK all’Europa tornano a casa, a differenza di tutti gli altri paesi ricchi dell’Unione, che sono contribuenti netti (versano più di quanto ricevano in contributi, fondi vincolati etc…). Tale clausola fu poi parzialmente estesa anche a molti paesi del Nord Europa, tra cui la Germania, a seguito della crisi del 2007, permettendo loro di avere uno sconto sulla contribuzione europea (senza perdere peso nella ripartizione dei contributi).
LA SITUAZIONE DEL CONSENSO
Passiamo ora alla parte elettorale, spiegando il perché di questo preambolo: abbiamo detto che il referendum era certamente un’arma di Cameron per strappare migliori condizioni alla UE e, in effetti, i sondaggi sulla brexit svolti nel caso “normale” o nel caso di “termini rinegoziati” presentavano risultati molto diversi. L’ultimo sondaggio sui termini rinegoziati è di giugno 2015, e assegna al Remain il 55% dei consensi (contro il 23% di Leave). Nelle stesse date, per un referendum senza ricontrattazione, la stessa casa sondaggistica assegnava il 43% al Remain e il 36% al Leave.
A febbraio 2016, prima dell’annuncio del referendum (in concomitanza con la stipula dell’accordo), il Remain era dato all’incirca al 45%, contro il 40% del Leave. Anche se il consenso a favore dell’abbandono dell’Unione stava già crescendo da un anno (dopo essere passato in minoranza durante il 2014 e 2015), le migliori condizioni contrattate da Cameron avrebbero dovuto portare una parte del consenso verso il Remain.
Invece, da quel momento in poi i consensi del Leave hanno cominciato ad aumentare, fino al pareggio (maggio 2016) e poi al sorpasso deciso (dopo i dibattiti in TV di giugno), con i sondaggi che erano arrivati a dare l’uscita in vantaggio di 3-7 punti al lordo degli indecisi (quindi circa 4-9 punti al netto).
Dopo il tragico omicidio di Jo Cox, parlamentare laburista impegnata per il Remain e per i diritti umani e dei migranti, il Remain è iniziamente tornato in vantaggio (1-7 punti), ma negli ultimissimi sondaggi sembra esserci stato un ritorno alla parità assoluta, se non a un lievissimo vantaggio del Leave. Va detto che gli ultimi due sondaggi, che danno il Leave in vantaggio dopo l’ultimo dibattito di martedì, sono svolti online, forma di rilevazione più favorevole di quella telefonica al Leave.
In generale, i giovani, i ricchi e i votanti di sinistra sono favorevoli al Remain; gli anziani, i poveri, i votanti di destra e gli astenuti sono per il Leave.
Geograficamente, i londinesi, gallesi, scozzesi e inglesi del Nord sono per il Remain; gli inglesi del Sud sono per il Leave. Al di fuori dell’isola, sia l’Irlanda del Nord (parte degli UK) che Gibilterra (territorio) sono per il Remain.
Tra i partiti principali, solo l’UKIP sostiene ufficialmente il Leave, mentre i Conservatori non sono schierati (anche se Cameron è una figura di spicco del comitato per il Remain) e tutti gli altri partiti sono per il Remain. In particolare, i Conservatori non si sono schierati in quanto il partito è spaccato a metà tra Leave e Remain, anche all’interno del governo.
Stando ai sondaggi sulla Brexit, mentre gli elettori dell’UKIP sono piuttosto compatti per il Leave, l’elettorato dei Conservatori è spaccato a metà (con leggera prevalenza del Leave), mentre circa 1/4 degli elettori del Labour è per il Leave, contro le indicazioni di partito.
UNA (BUONA) STRATEGIA QUASI FALLITA?
Cameron sta rischiando molto con questo referendum sulla Brexit, chiamato per placare gli animi degli euroscettici del proprio partito e per intercettare i voti dell’UKIP, che era già in crescita nel 2013 e si rivelò poi primo partito alle europee del 2014. Ora Cameron si gioca all’ultimo voto (almeno stando ai sondaggi) non soltanto il successo dell’operazione politica, che effettivamente allontanerà ancora di più i percorsi di UK e resto dell’Unione senza particolari svantaggi per il Regno, ma anche la leadership del partito e forse del governo. Infatti, anche se molti esponenti del Leave (e lo stesso Cameron) hanno dichiarato che il ruolo di Primo Ministro non è in alcun caso in discussione, va ricordato che Cameron non intende presentarsi per un terzo mandato. Prima del 2020 dovranno quindi tenersi le elezioni per la leadership del Conservative Party; nel caso ciò avvenisse nell’immediato futuro a seguito di un’uscita dall’UE, si potrebbe arrivare a una destituzione di Cameron, anche in base a come gestirà la brexit.
Inoltre, la strada della brexit è molto rischiosa dal punto di vista economico. Al di là delle immediate turbolenze che colpirebbero i mercati finanziari mondiali, andrebbero affrontati una serie di nodi quali: cosa succederà ai trattati commerciali; cosa succederà ai trattati di Schengen; cosa succederà alla legislazione europea fino ad oggi introdotta; cosa succederà ai cittadini comunitari presenti sul territorio inglese; cosa succederà in generale all’economia del Regno Unito. Le ipotesi sono tante, e rimarranno tali fino a quando non saranno verificate dai fatti, dal momento che sarebbe il primo esempio di uscita di un paese dal sistema politico-commerciale dell’Unione, e quindi si sta parlando di un terreno completamente inesplorato.
Anche a livello macroeconomico il dibattito sulla Brexit è accesissimo, e ruota principalmente intorno al ruolo degli immigrati e dello status commerciale dell’Inghilterra dopo l’uscita: i migranti portano più tasse e possibilità di lavoro, oppure rubano milioni di posti di lavoro agli inglesi (oggi gli UK presentano un tasso di disoccupazione del 5%, tra i più bassi in Europa, e solo 750’000 persone chiedono ogni mese l’indennità di disoccupazione)? L’uscita dall’area di libero scambio europeo sarà un grande danno per l’economia inglese o l’introduzione di dazi potrebbe addirittura essere benefica per i salari e le casse inglesi? Il dibattito è così ampio che il think-tank conservatore che sostiene il Leave bandì un concorso per il miglior piano tecnico di uscita controllata.
In caso di successo della brexit, sarebbe ottimo materiale per la propaganda dei nazionalismi ed euroscetticismi sul resto del continente; in caso di fallimento, invece, probabilmente si otterrebbe l’effetto inverso.
CONCLUSIONI
L’idea di usare il referendum come arma per contrattare con l’Unione e, viceversa, di usare la contrattazione stessa con l’Unione come arma contro l’ala più euroscettica del partito è certamente un grande azzardo politico, una strategia potenzialmente vincente che però rischia di scontrarsi con un consenso diffuso e radicato tra gli inglesi circa la dannosità dell’Unione Europea per gli interessi del Regno Unito. Il mezzo fallimento (rispetto alle aspettative, in particolare dell’elettorato più euroscettico) della ricontrattazione dei termini con l’UE ha certamente influito sull’evolversi del dibattito: il risultato raccolto da Cameron è certamente magro rispetto ai toni accesissimi che lui stesso aveva usato contro gli immigrati comunitari (tra cui tantissimi italiani), accusati di rubare lavoro e benefici agli inglesi.
BREXIT – MEDIE DEI SONDAGGI
Per concludere, una carrellata delle medie dei sondaggi, aggiornate al 22 giugno:
Gabriele
– Studi e Proiezioni Elettorali