Le Guerre jugoslave (1990-1995) – Guerra in Bosnia – Introduzione

La dissoluzione della Jugoslavia

La guerra in Bosnia è strettamente connessa alla disgregazione della Jugoslavia iniziata con l’indebolimento del governo comunista. Infatti, una volta perso il suo collante ideologico, il comunismo lasciò spazio ai vari nazionalismi.

La Bosnia, ex-provincia dell’impero ottomano, è sempre stata uno stato multietnico. Secondo un censimento del 1991, il 44% della popolazione si considerava musulmana, 32,5 % serba e il 17 % croata e con il 6 % come jugoslava.

Le primi elezioni multipartitiche videro il trionfo dei 3 principali partiti nazionalisti: HDZ (croato, centro-destra guidato da Stjepan Kljujic), SDS (serbo, destra guidato da Radovan Karadzic) e SDA (musulmano, destra guidato da Alija Izetbegovic).

Nonostante le evidenti divergenze, i 3 partiti stabilirono una tacita alleanza. Il collante che riuscì a tenere assieme HDZ, SDS e SDA fu la loro profonda avversione per il governo socialista al potere da anni. La nuova coalizione divise il potere così che la presidenza della repubblica andò a un musulmano, la presidenza del parlamento a un serbo e la presidenza del governo a un croato.

Accordo di Karadjordjevo

Già nel marzo 1991 il presidente croato Franjo Tudman e quello serbo Slobodan Milosevic  si incontrarono informalmente per discutere sulla spartizione della Bosnia tra Croazia e Serbia.

Da un alto i croati una volta ottenuta l’indipendenza, non nascondevano l’obiettivo di annettere l’Erzegovina croata alla Croazia, mentre i serbi perseguivano la politica di “tutti i serbi in uno stato”.

Indipendenza della Bosnia ed Erzegovina

L’8 ottobre 1991 la Croazia dichiarò la fine di tutti i legami con la Jugoslavia. In risposta a tali eventi, il 15 ottobre 1991 il parlamento bosniaco (senza la partecipazione dei serbi) emanò un “Memorandum sulla riaffermazione della sovranità della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina”.

Il Memorandum fu aspramente contestato dai serbo-bosniaci. Essi sostennero che il LXX emendamento richiedesse garanzie procedurali e l’approvazione di una maggioranza di 2/3 per tali questioni. Se pur anticostituzionale, il Memorandum fu approvato, il che portò al boicottaggio del parlamento da parte dei serbi di Bosnia.

La Commissione arbitrale della conferenza per la pace in Jugoslavia, nel suo parere nº4 dell’11 gennaio 1992 sulla Bosnia ed Erzegovina, dichiarò che l’indipendenza del paese non avrebbe dovuto essere riconosciuta finché non avesse tenuto un referendum.

Il 25 gennaio 1992 il parlamento chiese di indire un referendum per l’indipendenza tra il 29 febbraio e il 1° marzo. I serbi risposero invitando al boicottaggio ottenendo un’affluenza pari al 63,7%, con il 92,7% degli elettori schierati per si all’indipendenza  (il che implica che i serbi bosniaci, che ammontavano a circa il 34% della popolazione, in massima parte boicottarono il referendum).

La leadership politica serba utilizzò il referendum come pretesto per istituire posti di blocco in segno di protesta.

Il 3 marzo 1992 il parlamento dichiarò formalmente l’indipendenza, mentre il riconoscimento internazionale arrivò il 6 aprile 1992.

Costituzione della Repubblica Serba

Nel frattempo, i serbi non restarono con le mani in mano. Già durante il settembre 1991,  l’SDS aveva stabilito delle “Regioni Autonome Serbe” (SAO) in Bosnia Erzegovina. All’indomani dell’indipendenza bosniaca, i deputati serbo-bosniaci abbandonarono il parlamento di Sarajevo e formarono a Banja Luka l’Assemblea del popolo serbo di Bosnia ed Erzegovina, un parlamento alternativo che rappresentava solo i serbi di Bosnia.

Nel novembre 1991 i serbo-bosniaci indirono un referendum per unirsi alla Serbia e al Montenegro. I si all’unione si misurarono in quantità bulgara. Il mese successivo i leader dell’SDS stilarono un documento top secret intitolato “Per l’attività e l’organizzazione degli organi della popolazione serba in Bosnia Erzegovina in circostanze eccezionali”. Il documento non era altro che un tentativo strisciante di golpe in combutta con la JNA.

Il 9 gennaio 1992 l’Assemblea serbo-bosniaca proclamò la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina.

Il 28 febbraio 1992 venne adottata la nuova Costituzione in cui si dichiarava che il territorio della neonata repubblica includeva le regioni autonome serbe, municipalità e altre entità di etnia serba così come “tutte le regioni in cui la popolazione serba rappresenta una minoranza a seguito del genocidio della Seconda Guerra Mondiale” e che tale territorio era parte dello stato federale jugoslavo.

Istituzione della Comunità croata dell’Erzeg-Bosnia

Anche sul versamento bosniaco-croato dell’Erzegovina i nazionalisti iniziarono ad agitarsi, facendo si che l’HDZ di Tudman organizzò il ramo bosniaco del suo partito. Il partito fu subito preso in mano dagli elementi più sciovinisti come Mate Boban, Dario Kordic, Jadranko Prlic, Ignac Kostroman e Anto Valenta. Ciò coincise con il picco della guerra d’indipendenza croata. Il 18 novembre 1991 il ramo del partito in Bosnia-Erzegovina, l’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (HDZ BiH), istituì la “Comunità croata dell’Erzeg-Bosnia”, che almeno formalmente rimaneva all’interno di una Bosnia indipendente.

Piano Carrington-Cutileiro

A Lisbona Lord Carrington e Josè Cutileiro (da qui il nome del piano) tentarono di fermare l’escalation del conflitto su mandato della Comunità Europea. Essa propose la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Quest’ultimo punto prevedeva la suddivisione in zone etnicamente ben definite, cosa che all’inizio del conflitto era impossibile, vista la natura multietnica della Bosnia.

Il 18 marzo 1992 tutte le parti in causa sottoscrissero l’accordo: Alija Izetbegovic per i musulmani, Radovan Karadzic per i serbi e Mate Boban per i croati.

Tuttavia, il 28 marzo 1992 Izetbegovic, dopo un incontro con l’ambasciatore americano in Jugoslavia Warren Zimmermann a Sarajevo, ritirò la sua firma dichiarando che mai avrebbe accettato la suddivisione etnica della Bosnia. Questa improvvisa retromarcia portò allo stallo delle istituzioni e il caos.

L’embargo

Il 26 settembre 1991 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 713 che imponeva l’embargo di armi su tutto il territorio jugoslavo. L’embargo colpì quasi interamente l’esercito bosniaco, dato che la Serbia ereditò la quasi totalità dei suo armamenti dalla JNA e la Croazia contrabbandava le armi con i gruppi mafiosi attraverso la costa dalmata. Oltre il 55 % degli arsenali e caserme della ex-Jugoslavia si trovavano in Bosnia a causa del suo terreno montuoso, in previsione di una conflitto basato sulla guerriglia, ma molte di quelle fabbriche erano sotto controllo serbo come la fabbrica UNIS PRETIS in Vogosca), e altri erano inutilizzabili a causa di mancanza di energia elettrica e di materie prime.

Resosi conto della situazione di palese inferiorità, il governo bosniaco fece pressioni per la revoca dell’embargo, ma Regno Unito, Francia e Russia posero il loro veto. Le proposte americane per perseguire questa politica erano conosciuti come “Lift and Strike“. Il Congresso USA approvò due risoluzioni che chiedevano l’alleggerimento dell’embargo, ma il presidente Clinton pose il veto su entrambe per paura di rompere con i paesi sopra citati. Ma gli Stati Uniti usarono comunque canali illegali per infiltrare gruppi radicali islamici legati ad Al Qaeda e contrabbandare armi con i musulmani.

Bosnia war

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