Quanto vale il petrolio italiano?

Quando immaginiamo un paese produttore di petrolio, il nostro primo pensiero va agli sceicchi arabi, ai loro piccoli o grandi regni che galleggiano sul petrolio.

Se si è dotati di particolare fantasia si può pensare alla Russia o agli Stati Uniti ma ben pochi immaginano l’Italia in questa veste. Eppure il bel paese non è cosi marginale come il pensiero comune vorrebbe. L’Italia è fra i primi 5 produttori Europei di idrocarburi e fra i primi 50 a livello mondiale. Nel 2014 sono state estratte nel territorio nazionale 5,747 milioni di tonnellate di petrolio greggio (+4.8% rispetto al 2013) e 7,1 miliardi di metri cubi di gas naturale (-7,6%) corrispondenti rispettivamente al 10,1 e 11,5% del fabbisogno nazionale. La parte del leone spetta alla Basilicata che con le sue 4 milioni di tonnellate rappresenta il 69% della produzione nazionale di petrolio mentre le piattaforme offshore rappresentano il 67% della produzione di gas naturale.

Petrolio
Come evidenziano i dati, la produzione italiana di idrocarburi è progressivamente calata negli ultimi  anni, in particolare quella di gas naturale (espressa in milioni di m3) si è ridotta di oltre il 60% rispetto ai valori di picco. Situazione leggermente diversa per il petrolio greggio (espresso in migliaia di tonnellate) che negli ultimi anni ha conosciuto una lieve ripresa produttiva ma si presenta ancora al di sotto dei picchi produttivi pre-crisi.

L’Italia ha un fabbisogno annuo di 57,6 milioni di tonnellate di petrolio (anno 2014) utilizzate principalmente per combustibili da autotrazione, combustibili per usi agricoli, riscaldamenti, prodotti petrolchimici vari e sebbene in quantità minore anche per produrre energia. Dopo un picco di oltre 100 milioni di tonnellate negli anni 80, il fabbisogno è in costante calo da molti anni. La crisi economica ha colpito duramente l’industria petrolchimica mentre il miglioramento delle tecnologie di combustione ha reso motori e bruciatori più parchi nei consumi. Infine varie centrali termoelettriche ad olio combustibile sono state dismesse o riconvertite contribuendo alla riduzione del fabbisogno petrolifero.

trivelle

Anche l’estrazione di idrocarburi è calata per molteplici motivi fra cui l’esaurimento progressivo dei giacimenti più vecchi. Le risorse italiane non sono tuttavia esaurite. A fine 2012 le riserve di petrolio “certe” ammontavano a 82,1 Milioni di Tonnellate, a cui vanno sommate 100,8 milioni di tonnellate di riserve “probabili” ed altre 55, 3 milioni di tonnellate “possibili”. Per il Gas naturale sono stimati invece 59,4 miliardi di metri cubi “certi”, 63,4 probabili e 21,7 “possibili”. Queste risorse non certo straordinarie ma consistenti, garantirebbero al paese una maggiore autonomia energetica ed una bilancia commerciale meno pesante.

petrolio I Produttori lamentano normative troppo severe, burocrazia eccessiva, scarso interesse per la ricerca e un effetto Nimby molto radicato in tutto lo stivale. Gli Ambientalisti e gli oppositori in generale rimarcano invece l’impatto ambientale causato da estrazioni dissennate e indicano un diverso modello di sviluppo, incentrato più sul turismo e sull’ambiente. In val d’Agri, in Basilicata, è localizzato il più grande giacimento petrolifero dell’Europa continentale, e  a pochi chilometri di distanza si trova anche il parco nazionale dell’Appennino lucano, ricco di bellezze naturalistiche. Due modelli di sviluppo dalla coesistenza complicata.

L’impatto occupazionale del settore strettamente estrattivo è modesto a causa dell’alto livello di specializzazione, le maestranze sono spesso letteralmente importate da altri territori. Ad esempio prendiamo ancora la Basilicata dove l’Eni dichiara 2900 impiegati, indotto compreso. Di questi poco più di un terzo sono Lucani. Situazioni simili si verificano anche negli altri siti italiani. La popolazione locale ha accesso solo ai mestieri meno qualificati, meno pagati e precari aumentando il senso di ingiustizia e l’ostilità verso l’industria petrolifera. Nei piani futuri i produttori dichiarano di poter raddoppiare la produzione italiana di idrocarburi e promettono 15 miliardi di investimenti, 5 miliardi di risparmio sulla bilancia commerciale e 25.000 nuovi posti di lavoro.

petrolioRuolo importante nell’industria estrattiva avrebbero le royalties, ovvero i proventi ottenuti dalla vendita degli idrocarburi. In Italia tale aliquota ammonta generalmente al 10% del valore della produzione. Tali risorse in parte finiscono direttamente nelle casse dei comuni soggetti all’attività estrattiva. La regione Basilicata ha ricevuto 1,3 miliardi di euro in royalties negli ultimi 15 anni mentre i comuni interessati hanno potuto usufruire di 255 milioni di euro, mentre la Sicilia riceve annualmente fra i 30 e i 50 milioni di euro. Queste risorse in altri paesi hanno innescato sviluppo, ricerca scientifica, investimenti infrastrutturali, politiche sociali efficaci, ne è d’esempio la Norvegia. In Italia invece sono state utilizzate per coprire la spesa corrente, redditi di cittadinanza poco inclusivi, bonus carburanti o per compiere acquisti improbabili, dagli sparaneve ai Dvd, dagli arredi urbani a viaggi in Australia. Ora che il prezzo dell’oro nero è più basso, numerosi bilanci andranno riscritti, ed il petrolio potrebbe diventare l’ennesima occasione di sviluppo sprecata dal nostro paese.

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