IL MAPPAMONDO – In Turchia perde la democrazia, mentre il Myanmar prova a conquistarla; in Croazia è hung parliament

Il 1 novembre si sono svolte le attesissime elezioni in Turchia, elezioni in cui il Presidente Erdogan e il suo partito si giocavano tutto. Altre partite “calde” della settimana successiva sono state quelle in Belize, in Croazia e le prime prove di democrazia dell’ex Birmania, che ha visto partecipare alle elezioni il partito del Nobel per la Pace Saan Su Ky.

TURCHIA

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Le elezioni del 1 novembre 2015 si sono concluse con un’ampia vittoria del partito AKP del premier uscente Ahmet Davutoglu e del Presidente Erdogan.

TURKEY

La vittoria del 1 novembre è stata ampia sia in termini di punti percentuale, sia in termini di voti (quasi 5 milioni di voti in più), nonché in termini di seggi, che rappresentano quasi il 58% dei totali. L’affluenza, altissima, ha toccato l’85% degli aventi diritto: al contrario di quanto previsto da molti osservatori, i cittadini hanno scelto di andare in massa a votare.Queste elezioni erano piuttosto attese perché di rilevanza non solo nazionale, ma anche internazionale. Con la tornata elettorale di Ognissanti si decideva infatti da un lato il futuro della Turchia, dall’altro il suo ruolo in settori importanti nell’attualità internazionale come la gestione dei profughi siriani, l’intervento aereo in Siria, la guerra con il PKK.
Le elezioni erano anche viste come l’ultima speranza della Turchia di affrancarsi dalle ambizioni autoritarie del Presidente della Repubblica Recep Tayyp Erdogan, che aveva fallito nel cercare di ottenere una maggioranza assoluta alle elezioni di giugno 2015. In quest’ultima tornata, disastrosa per il Presidente, l’AKP aveva ottenuto quasi il 9% in meno dei voti, e 59 seggi in meno, rispetto ai risultati odierni. Erdogan aveva tentato in ogni modo di ostacolare la formazione di un nuovo governo, con il risultato di portare il Paese ad elezioni anticipate e giocarsi tutto.

Questa la mappa del voto per provincia: le aree che hanno sostenuto i Kemalisti del CHP sono la Turchia Europea, e la Costa Egea. L’HDP ha conservato i voti del Kurdistan turco, ma ha rischiato di non passare la soglia minima – molto alta – per entrare in parlamento (10%). A giugno, il CHP era riuscito invece a conquistare anche talune province dell’Anatolia centrale, dell’area sul Mar Nero e dell’antica Panfilia (oggi provincia di Mersin). Con queste elezioni l’Anatolia torna un feudo dell’AKP.
Turchia 1 TURCHIA 2
La cartina mostra rispettivamente il primo partito per provincia alle elezioni di giugno e novembre.
In arancione sono segnalate le province in cui primeggia l’AKP, in magenta il CHP, in bianco il MHP, in viola l’HDP.

Sia la fase della campagna elettorale, sia quella dei giorni immediatamente post-elezioni, sono state segnate da una profonda attività di censura dei media di opposizione o comunque considerati dissidenti rispetto alle opinioni del partito dominante. Diversi giornalisti sono stati indagati o arrestati. Sono stati inoltre denunciati brogli nella Provincia di Amasya, nella Regione del Mar Nero.
Si può certamente dire che con questo voto la Turchia si allontana di molto dall’Europa, e che, contemporaneamente, si allontana dall’idea di democrazia occidentale e di Paese a maggioranza islamica ma laico che per anni aveva tentato di trasmettere. Il prossimo passo nel cammino di Erdogan verso l’autoritarismo sarà la trasformazione del sistema attuale in sistema presidenziale; con queste elezioni, la democrazia turca pare aver subito il colpo di grazia.

CROAZIA
croati

Le elezioni dell’8 novembre 2015 hanno visto la vittoria del centro-destra conservatore di Tomislav Karamarko, che non ha però ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi: sarà quindi necessaria la formazione di una coalizione in Parlamento.

CROATIA

Ai seggi in tabella, si devono aggiungere i seggi ottenuti dai partiti minori (sotto il 5% dei suffragi), ossia: 3 seggi per i  liberaldemocratici di Pravo na Svoje, 2 seggi per i centristi della Coalizione per il Lavoro e la Solidarietà, 2 seggi per i regionalisti di destra dell’Alleanza Democratica Croata di Slavonia e Baranja, 1 seggio per l’estrema destra di Muro Vivente (Zivi Zid), 1 seggio per la coalizione di centrosinistra “alternativo” Croazia di Successo, e altri 8 seggi a esponenti delle minoranze.
Il premier socialdemocratico Milanovic non ha ottenuto una vera e propria bocciatura come molti prevedevano. Anzi: perde solo 5 seggi rispetto alle precedenti elezioni, e solo per via della fuoriuscita di una piccolissima componente dalla coalizione che lo sosteneva. Inoltre, tolti i voti all’estero dove ha stravinto l’HDZ, il centro-sinistra e il centro-destra avrebbero ottenuto lo stesso numero di seggi e di punti percentuali.
croazia
Primo partito per circoscrizione: SDP e i partiti di csx (in magenta) brillano in Istria, a Zagabria e nel Nord, mentre la Coalizione Patriottica (in blu) vince in Dalmazia e nelle aree più vicine alla Serbia. Most va molto bene nella Dalmazia meridionale e nella Capitale.

Per questo il centro-sinistra croato oggi, nonostante tutto, sorride: il Governo uscente aveva infatti dovuto affrontare, negli ultimi tempi, il caos dell’emergenza profughi.
Nel corso del suo mandato, Milanovic ha introdotto riforme liberali in campo etico e dei diritti civili, come l’espansione dei diritti nelle unioni civili (nonostante un referendum del 2013 abbia poi introdotto un divieto costituzionale ai matrimoni egualitari), una legge sulla fecondazione assistita, il potenziamento del bilinguismo.Da un punto di vista economico, a causa della crisi, il Governo ha dovuto adottare aumenti della tassazione (mantenendo intatte però le tasse sulla casa) e innalzare l’età pensionabile, ma ha anche introdotto nuove  misure contro l’evasione fiscale. Il PIL ha visto una diminuzione per i primi anni, e un recupero nell’ultimo periodo: questo recupero ha forse contribuito ad evitare un crollo elettorale.
Karamarko, il suo sfidante, è un ex-capo dei servizi segreti che ha deciso di riportare l’HDZ agli antichi ideali di Franjo Tudman, Presidente croato fino al 1999. Dopo un primo processo di “detudmanizzazione”, l’HDZ di Karamarko vuole tornare ai valori fondativi, rifiutando le idee più liberali, soprattutto in economia, e riverniciando l’antico nazionalismo, lo statalismo e le politiche sociali.
Tutti aspetti a cui il partito liberale MOST, fresco di nascita, si oppone: i liberali di MOST (Ponte, per indicare la terza via che vogliono rappresentare) si possono considerare i veri vincitori politici di questa tornata. Il partito del giovane leader Petrov ha fatto sottoscrivere in un atto notarile la promessa del partito di non partecipare ad alcuna coalizione di governo, stante che per il MOST “destra e sinistra” sono uguali. Tuttavia Petrov, dopo le elezioni, sta assumendo un atteggiamento più responsabile, e ha fatto capire che potrebbe dare il suo appoggio esterno a un governo di minoranza.
Quale governo, ancora non si sa: è però ad oggi più probabile che il MOST si avvicini alla Coalizione Patriottica che al centro-sinistra di Milanovic.

BELIZE 

belize

Alle elezioni parlamentari del Belize è risultato vincitore l’UDP dell’uscente Dean Barrow.

CROATIA

Il piccolo Paese centroamericano, membro del Commonwealth, ha visto trionfare il partito conservatore del premier uscente Dean Barrow. Barrow con queste elezioni vince per la terza volta consecutiva: il suo mandato era stato rinnovato infatti nel 2012 dopo una prima vittoria nel 2008. Il Primo Ministro del Belize si troverà quest’anno a dover fare i conti con un compito affatto facile: quello di respingere le velleità di annessione da parte del Guatemala, i cui partiti nazionalisti (tra cui quello del Presidente neo-eletto Jimmy Morales, che promette un referendum battagliero sul punto), rivendicano il Belize come terra guatemalteca dal 1940.

MYANMAR

myanmar

L’8 novembre si sono svolte elezioni parlamentari anche in Myanmar. Queste elezioni appaiono come le prime elezioni democratiche dopo diversi anni di potere dittatoriale dei militari birmani.

Il Presidente Thein Sein è riuscito ad acquisire un’importane credibilità internazionale permettendo di partecipare anche al Nobel per la Pace della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito socialdemocratico di opposizione, di Aung Saan Su Kyi. Lo svolgimento delle elezioni è stato considerato lineare e trasparente dagli osservatori internazionali: il 25% dei seggi sono tuttavia riservati a militari non eletti. Alle elezioni ha partecipato ben l’80% degli aventi diritto. Non hanno potuto partecipare alle elezioni i membri della minoranza musulmana dei Rohingya, pesantemente discriminati dalla maggioranza buddhista theravada, ed anche dal partito di Su Kyi.
Secondo stime preliminari, la Lega Nazionale per la Democrazia avrebbe conquistato un plebiscito, con ben il 70% dei voti (sufficienti per governare da soli, anche considerando il quarto “riservato”). Ma i risultati definitivi si attendono solo tra due settimane.

Si ricorda che l’ex Birmania non è una repubblica parlamentare, bensì presidenziale, con un meccanismo  di elezione del Presidente indiretto da parte di una commissione composta da parlamentari, rappresentanti regionali, e militari.
Ad oggi, Suu Kyi può aspirare al massimo alla premiership: in quanto vedova e madre di futuri cittadini stranieri le è interdetta la presidenza.

Per questa settimana è tutto. Grazie per l’attenzione, alla prossima elezione!

by Skorpios

* variazioni in termini di seggi rispetto alla legislatura passata

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