Le Guerre jugoslave (1990-1995) – Guerra in Bosnia – Prima Parte

Cronologia del conflitto

La JNA lasciò la Bosnia poco dopo la dichiarazione d’indipendenza. Tuttavia, la maggior parte della catena di comando, armi e il personale di alto rango, compreso il generale Ratko Mladic, rimasero nel paese costituendo l’Esercito Serbo della Bosnia ed Erzegovina (poi rinominato Esercito della Repubblica Serba, VRS), che diventò la forza armata della neonata repubblica serbo-bosniaca. I croati risposero formando una milizia difensiva dal nome Consiglio di difesa croato (HVO) che aveva il compito di mantenere le postazioni in Erzegovina. I bosniaci costituirono, invece, l’Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (ARBiH). All’inizio, il 25% dell’esercito bosniaco era costituito da non-musulmani, soprattutto il 1° corpo a Sarajevo.  Sefer Halilovic, il Capo di Stato Maggiore della Difesa territoriale bosniaca, affermò che nel giugno del 1992 le sue forze erano per il 70% musulmani, 18% croati e il 12% serbi. I non musulmani erano concentrati a Sarajevo, Mostar e Tuzla. Il vice comandante del quartiere generale bosniaco, Jovan Divjak, era serbo e il secondo vice comandante  Stjepan Siber era croato. Oltre a ciò Izetbegović nominò Blaz Kraljevic, comandante delle Forze di Difesa Croate (HOS), le quali erano una formazione paramilitare che raccoglieva i croati che volevano restare alleati ai musulmani e respingevano i propositi secessionisti e pan-croatisti perpetrati dal Consiglio di difesa croato.

Sul territorio bosniaco operarono diverse unità paramilitari: per i serbi le Aquile Bianche di Vojislav Šešelj e la Guardia Volontaria Serba (nota anche come “Le Tigri”) del famigerato Zeljko Raznatovic detto “Arkan“, tra i musulmani la Lega Patriotica e i Berretti Verdi, oltre alla già citata HOS per i croati. I paramilitari croati e serbi erano perlopiù volontari provenienti da Serbia e Croazia, sostenuti nella loro lotta dai partiti della loro nazione, come ad esempio il Partito Croato dei Diritti di ispirazione neofascista.

Inoltre, nella guerra in Bosnia si fecero anche notare volontari provenienti da altre nazioni, come ad esempio i greci della Guarda Volontaria Greca in aiuto ai serbi in nome della comune fede cristiano-ortodossa.

I fondamentalisti cristiani e gli estremisti di destra austro-tedeschi si batterono al fianco dei croati, mentre i musulmani avrebbero ricevuto l’aiuto dell’organizzazione radicale sciita libanese Hezbollah.

Fine 1991 e 1992

Il 19 settembre 1991 la JNA trasferì le sue forze intorno alla città di Mostar, causando le proteste del governo locale.  Le forze miste jugoslave attaccarono nell’ottobre del 1991 il villaggio erzegovese di Ravno, nel tentativo di porre fine all’assedio di Ragusa.

Il 1° marzo 1992, il secondo giorno del referendum sull’indipendenza, un membro delle forze speciali bosniache sparò su un corteo nuziale serbo a Bascarsija uccidendo il padre dello sposo Nikola Gardović. I serbi risposero alzando le barricate a Sarajevo, e dal 1° al 5° marzo anche in altre città bosniache (Samac, Derventa e Odzak).

Sarajevo era così divisa: i musulmani controllavano il centro, i serbi il resto della città e le colline intorno ad essa. Karadzic e Izetbegovic decisero di incontrarsi al quartiere della JNA per calmare la situazione. Si decise per il continuamento del pattugliamento misto serbo-bosniaco per i quartieri della città. Tuttavia, nel marzo 1992 seguirono frequenti scontri armati che causarono decine di morti.

Nel frattempo nella notte tra il 26 e il 27 marzo le Forze Armate della Repubblica di Croazia in accordo con paramilitari musulmani attraversarono la Sava e massacrarono 60 civili serbi. Questo fu il detonatore che fece deflagrare la situazione. Le truppe di Arkan occuparono Bijeljina, un’importante città nel Nord-Est del paese, uccidendo molti civili musulmani.

Proteste contro la guerra

Il 5 aprile 1992 i cittadini di Sarajevo organizzarono una marcia di protesta contro la guerra nel disperato tentativo di salvare l’unità jugoslava. Simili proteste si svolsero anche a Mostar e in altre città della Bosnia. Nella capitale bosniaca i manifestanti entrarono nel parlamento e si trovarono a pochi metri dal quartier generale del Partito Democratico Serbo. Qui 2 persone furono uccise da un cecchino non meglio identificato, probabilmente serbo. Furono le prime vittime del tristemente noto “Assedio di Sarajevo“.

Nel maggio 1992 iniziò il bombardamento di Sarajevo (distrutti l’ufficio postale principale e la Presidenza della Bosnia ed Erzegovina). Le unità musulmane circondarono il quartier generale della JNA nel centro di Sarajevo. Per tutta risposta, i serbi arrestarono il presidente bosniaco Alija Izetbegović, di ritorno da Lisbona e lo portarono al quartier generale della JNA in Lukavica. Lo scambio si risolse liberando i soldati della JNA prigionieri dei musulmani ma quest’ultimi a Dobrovoljacka street attaccarono i soldati jugoslavi uccidendone 42, ferendone 71 e imprigionandone 215 mentre Izetbegović fu rilasciato.

Un mese dopo scoppiò anche la guerra croato-musulmana  e il 3 luglio i leader dell’Unione Democratica Croata dichiararono autonoma la Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia, già presentata come Unione nel novembre precedente: il potere esecutivo cadde nelle mani di Boban e Mostar fu proclamata come capitale. Inoltre nel mese di giugno, i serbo-bosniaci iniziarono l’Operazione Vrbas ’92 e l’Operazion e Koridor.

Tra l’aprile e il maggio 1992 nella Bosnia orientale e in quella nord-occidentale infuriarono scontri feroci. L’obiettivo dei leader SDS era quello di creare un canale di comunicazione tra le due zone. Gli attacchi effettuati portarono ad un gran numero di civili morti e feriti

Per ovviare all’escalation degli scontri il mandato dell’UNPROFOR, inizialmente previsto solo in Croazia, fu esteso anche in Bosnia. Nel mese di settembre, il ruolo di UNPROFOR fu ampliato per proteggere gli aiuti umanitari e assistere tutta la Bosnia ed Erzegovina, nonché per aiutare a proteggere i rifugiati civili, quando richiesto dalla Croce Rossa.

Campagna di pulizia etnica in Bosnia orientale

Inizialmente, le forze serbe attaccarono la popolazione civile non serba in Bosnia orientale. Polizia, paramilitari, militari e anche la popolazione civile applicarono sempre lo stesso schema: le case e gli appartamenti dei musulmani furono sistematicamente bruciati o saccheggiati,  i civili catturati, e talvolta feriti o uccisi in processi sommari. Uomini e donne furono separati, con molti degli uomini detenuti nei campi, e le donne spesso stuprate.

I fatti nella regione di Prijedor

Il 23 aprile 1992 l’SDS, di comune accordo con la JNA, decise di lanciare l’offensiva contro il comune di Prijedor. Entro la fine di aprile, un certo numero di stazioni di polizia serbe clandestine furono creati nel comune e più di 1.500 serbi armati erano pronti a prendere parte all’attacco.

La presa ebbe luogo nella notte tra il 29 e il 30 aprile.  I poliziotti furono riuniti a Cirkin Polje, parte del comune di Prijedor. Lì le persone furono suddivise in gruppi che avrebbero avuto il compito di prendere possesso della città.  Ogni gruppo di circa venti aveva un leader e a ognuno fu ordinato di ottenere il controllo di alcuni edifici.

La fabbrica Keraterm venne utilizzata come campo di concentramento dalle autorità serbe. Secondo le autorità e i documenti serbi di Prijedor, ci fu un totale di 3.334 persone detenute nel campo dal 27 maggio al 16 agosto, 1992. 3.197 di loro erano bosniaci musulmani, 125 erano croati.

Il tribunale dell’Aja riconobbe questa azione come un colpo di stato illegale, volto a creare una città puramente serba. Questi piani non furono mai stati nascosti e furono implementati in un’azione coordinata da parte della polizia serba, esercito e politici. Uno dei protagonisti fu Milomir Stakic.

Le uccisioni di civili e le fughe dei profughi

La JNA, posta sotto il controllo diretto della Serbia,  fu in grado di assumere il controllo di almeno il 60% del paese prima del 19 maggio data ufficiale del suo ritiro. Molto di questo fu dovuto al fatto che erano molto meglio armati e organizzati rispetto ai croato-musulmani.

Si assistette a un vero e proprio “cambio etnico”: i croato-musulmani furono espulsi in favore della popolazione di etnica serba. Allo stesso modo, le regioni sotto il controllo croato-musulmano videro l’espulsione e la fuga dei civili serbi.

L’offensiva del Consiglio di difesa croato in Bosnia centrale

Dopo aver fallito l’offensiva contro le forze serbe a est (Offensiva di Mitrovdan) il Consiglio di difesa croato (HVO) decise di concentrare i propri sforzi nelle zone centrali, allora occupate dai bosniaco-musulmani. Questa operazione vide anche il tacito consenso dei serbo-bosniaci e il supporto dell’esercito croato mandato da Zagabria.

Nel maggio 1992 l’accordo di Graz spaccò il fronte croato: da una parte c’era chi voleva continuare l’alleanza con i musulmani in chiave anti-serba, dall’altra chi voleva prendere il controllo totale della Bosnia. Uno dei contrari era il leader della HOS, Blaz Kraljevic, il quale aveva un programma nazionalista che prevedeva la collaborazione con Izetbegović. Nel giugno 1992 Novi Travnik e Gornji Vakuf furono sottoposte a una pesantissima offensiva croata.

Il 18 giugno 1992 le forze bosniache di stanza a Novi Travnik ricevettero l’ordine di arrendersi, che comprendeva l’inammissibile obbligo di espellere tutti i rifugiati musulmani. L’attacco fu lanciato il 19 giugno, la scuola elementare e l’ufficio postale furono attaccati e danneggiati, ma l’attacco fallì.

Nonostante le forze bosniache fossero circondate da entrambi i lati e scarseggiassero cibo e munizioni, quello che le salvò  fu il fatto che la Bosnia avesse un vasto complesso sistema industriale pesante, che era in grado di passare alla produzione di hardware militare. Poco dopo la disfatta croata, il comandante delle HOS Blaz Kraljevic fu liquidato dall’HVO, mandando per sempre in soffitta la collaborazione croato-musulmana.

La situazione degenerò completamente nell’ottobre 1992, quando le forze croate attaccarono la popolazione bosniaca a Prozor  bruciando le loro case e uccidendo civili. Secondo il Tribunale dell’Aja  nell’accusa contro Jadranko Prlić i croati fecero pulizia etnica tra Prozor e i villaggi circostanti. La rivalità ormai aperta tra croati e bosniaci permise ai serbi di conquistare nell’ottobre del ’92 la città di Jaije e di espellere la popolazione croata e musulmana.

Sarajevo

 

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