Le Guerre Jugoslave (1990-1995) – Introduzione

Dopo la morte di Tito la Jugoslavia visse, tra il 1980 e il 1986, un periodo di relativa tranquillità. Il maresciallo sembrava aver costruito un sistema solido e duraturo, nonostante la progressiva scomparsa di tutti i personaggi di spicco dell’era titina (nel 1983 morì anche Aleksandar “Leka” Rankovic, figura storica di ex ministro e capo dei servizi segreti). Tito era riuscito a bilanciare le esigenze etnico-religiose di tutte le varie nazionalità che componevano la nazione (serbi, montenegrini e macedoni ortodossi, croati cattolici e bosniaci mussulmani) in nome del comune ideale socialista rinnovato in chiave antistaliniana e per certi versi filo-occidentale.

La Jugoslavia socialista e federale, così come costruita da Tito e da Edvard Kardelj, il teorico e costituzionalista sloveno, si basava sulla politica della Fratellanza e Unità (Bratstvo i Jedinstvo) fra i diversi popoli jugoslavi, garantendo a ciascuno, comprese le minoranze nazionali, dignità, autonomia decisionale e rappresentatività istituzionale. Tuttavia, il regime non aveva lesinato l’uso della forza e la repressione quando si trattò di mettere a tacere la Primavera Croata del 1971. Fu il primo evento in cui si manifestò il nazionalismo etnico che successivamente avrebbe disintegrato la Repubblica.

Il successo di Tito derivò anche dall’aiuto che ricevette dall’Occidente, che vedeva in lui un baluardo contro l’URSS.

Nel 1983 il primo ministro, la croata Milka Planinc, varò un grande piano di stabilizzazione, sottoposto al controllo tecnico del Fondo monetario internazionale, con l’ambizioso obiettivo di ridurre l’inflazione, creare posti di lavoro, diminuire la dipendenza dalle importazioni e contenere il debito pubblico, allo scopo di rilanciare l’economia, anche se con misure decisamente pesanti per un paese che si definiva socialista. L’economia, ingolfata dopo la straordinaria crescita degli anni settanta, era una delle principali cause di scontro fra le diverse repubbliche. Comunque, il paese godeva di un certo prestigio internazionale e nel 1984 Sarajevo ospitò anche i XIV Giochi olimpici invernali.

La situazione iniziò a precipitare nel 1987 quando scoppiò lo scandalo dell’Agrokomerc, la più grande azienda bosniaca.

Nel frattempo sulla scena politica nazionale iniziò a brillare la stella di Slobodan Milosevic, divenuto presidente della Repubblica Socialista di Serbia nel 1987.

I rapporti tra le repubbliche continuavano ad essere sereni, nonostante la montante sofferenza slovena per le strutture federali (gli sloveni era culturalmente legati alla Mitteleuropa, che consideravano da sempre la loro “patria”); all’interno della Jugoslavia era invece evidente il malessere tra i Serbi e gli Albanesi del Kosovo. La provincia serba era a schiacciante maggioranza albanese e chiedeva, come già in passato, maggiore autonomia politica, anche attraverso la costituzione della settima repubblica jugoslava, il Kosovo indipendente dalla Serbia.

Nel 1986 venne pubblicato il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze, un manifesto ultranazionalista e sciovinista che lamentava un generale atteggiamento anti-serbo all’interno della Jugoslavia, fornendo le basi ad un rinato nazionalismo serbo basato sulla riedizione della teoria della “Grande Serbia”, già presente (e concausa scatenante della Prima Guerra Mondiale) nella prima metà del Novecento. Milosevic non esitò a cavalcare questo rinato nazionalismo e a lanciare lo slogan “la Serbia è là dove c’è un serbo”. Nell’ottobre 1988 costrinse alle dimissioni il governo provinciale della Voivodina, a lui avverso; riformò la costituzione serba, eliminando l’autonomia costituzionalmente garantita al Kosovo (28 marzo 1989); guidò infine enormi manifestazioni popolari (a Belgrado, il 18 novembre 1988, e in Kosovo, il 28 giugno 1989).

Questa fu la miccia che precipitò la Jugoslavia nel caos. Di lì a poco in Croazia l’ex comunista dissidente Franjo Tudman fondò l’HDZ, partito nazionalista e anti-comunista che in certe parti riprendeva le idee degli Ustascia di Ante Pavelic.

In Slovenia scoppiò il caso di 4 giornalisti (il più famoso era Janez Jansa),  accusati di aver tentato di pubblicare segreti militari nella popolare rivista d’opposizione Mladina. I quattro scoprirono dei documenti riguardanti un ipotetico piano di intervento militare federale in Slovenia, nel caso la nazione si fosse evoluta in senso democratico e sovranista. Il processo ai quattro imputati, che si tenne in lingua serbo-croata e non in sloveno, violando il principio del plurilinguismo, scatenò proteste popolari e dette avvio alla cosiddetta “Primavera slovena”.

Nel frattempo, quando alla presidenza della Repubblica venne eletto il giovane filo-serbo Momir Bulatovic, anche nel piccolo Montenegro la vecchia dirigenza titoista venne spazzata via (1989).

In un clima sempre più teso, si accentuarono i problemi economici, con una Federazione jugoslava ormai scissa tra nord e sud. Il dinaro jugoslavo subì diverse svalutazioni e il potere d’acquisto diminuì progressivamente. Il governo federale fu affidato ad un tecnico (19 febbraio 1989), l’economista croato Ante Markovic, che propose una solida e strutturale riforma economica e preparò la domanda di adesione del Paese alla Comunità Economica Europea.

All’inizio il piano sembrava funzionare (nonostante gli alti costi sociali), ma ben presto fu spazzato via dalle tensioni etniche e della disgregazione complessiva della Federazione.

Il 20 gennaio 1990 venne convocato il quattordicesimo e ultimo congresso (convocato straordinariamente) della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, con uno scontro frontale tra delegati serbi e sloveni, in particolare riguardo alla situazione in Kosovo, alla politica economica e alle riforme istituzionali (creazione di una nuova federazione o confederazione, la “terza Jugoslavia”). Per la prima volta nella storia, Sloveni e Croati decisero di ritirare i loro delegati dal congresso. Ormai era chiaro che il Paese viaggiava a due velocità, non più armonizzabili.

Per pura curiosità storica, si segnalano gli scontri avvenuti durante la partita di calcio tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa del 13 maggio 1990, simbolo del sempre più crescente odio etnico. Si fronteggiarono i 2 gruppi ultras dei Bad Blues Boys (Dinamo Zagabria) e dei Delije (Stella Rossa). Quest’ultimi erano guidati da un tale Zeljko Raznatovic, divenuto poi famoso con il nome di battaglia di Arkan e colpevole di crimini di guerra durante il conflitto jugoslavo.

Tutti i post storici di Bidimedia